Museo geologico Giovanni Capellini

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Ammonite giganteAmmonite giganteMicroscopio di Robert Hooke (ca. 1675)Microscopio di Robert Hooke (ca. 1675)

Dunque vissero?

Sull’onda del collezionismo rinascimentale si accumulano reperti sui quali si proiettano immagini e segni, ma che aprono spiragli di interesse scientifico sulla loro possibile origine organica.

L’approfondimento degli studi di anatomia animale e vegetale e il riconoscimento della relazione esistente tra morfologia e fisiologia degli organi permettono ai naturalisti seicenteschi di impostare con maggior rigore il problema dell’origine dei fossili: l’osservazione di alcuni organismi viventi ne rivela uno spettro di somiglianze che abbraccia le forme più evidenti e quelle più sottili. L’attenzione si concentra sulle forme prodotte dal caso e su quelle che caratterizzano invariabilmente un certo tipo di pietre: le forme costanti di belemniti e crinoidi vengono differenziate dalle forme “fortuite” di roccia o dai disegni creati dalle variegature del marmo.

Osservazioni particolarmente accurate vengono effettuate da Robert Hooke (1635-1703) che può avvalersi della recente invenzione del microscopio: le sue osservazioni mettono in evidenza le forti affinità tra le ammoniti ed il nautilus, genere appena scoperto nell’oceano Indiano.

Tuttavia, le ipotesi sull’origine organica dei fossili incontrano forti difficoltà in presenza di fossili privi di analoghi viventi o di animali marini ritrovati nelle montagne ed in luoghi lontani dal mare. In questi casi molti studiosi sono portati a credere che questi fossili si siano formati con un processo inorganico nelle rocce.

Sarà la comparazione tra le glossopetre e i denti di squalo, con studi di carattere chimico-mineralogico e geologico, a imprimere una svolta al dibattito sull’origine organica dei fossili.

 

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